martedì, 17 novembre 2009
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Qualche giorno fa, in un negozio, ho visto il proprietario vergare un biglietto con cura; aveva una scrittura inclinata, con lettere armoniche simili a chiavi di violino e l'ho fissata con nostalgia. Una volta le scritture erano queste; con lunghe aste inclinate, alle quali si appendevano altri segni che sapevano di un'individualità, e ad essa alludevano misteriosi, figli di una certa mano e non di altre; nel loro mistero invogliavano a conoscere.
Oggi le scritture sono quasi tutte tonde, senza aste svettanti o sprofondanti; siamo tutti pronti per un'educata socievolezza, per la quale troppa individualità è nociva. I segni della persona si devono cercare a forza tra i cerchi e le simpatiche vocali senza spigoli, le consonanti smussate; il prezzo da pagare per andare d'accordo.
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categoria:scrittura, nuovo, personalità
domenica, 08 novembre 2009
Ci sono giorni in cui mi chiedo se non siano contro natura, in uguale intensità, il dimorare e il morire.
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categoria:spirito, morte, continuità
venerdì, 30 ottobre 2009
P8090205Viene il giorno dei morti.
Sgalambro scrive che il vero, intollerabile insulto per noi non è la morte, ma il cadavere. Verissimo. Subito dopo l'istante estremo c'è spesso una serenità magnifica nel volto del morto; e gli scheletri sono puliti, leggeri, sorridenti. Ma quel che vi è in mezzo è intollerabile. Santa Francesca Romana fu tentata dal maligno con la vista di un cadavere putrefatto.

Qualche tempo fa ho dovuto traslare mio padre, pochi anni dopo la sua morte. Per legge deve assistere un parente. Mi avevano avvisato che, se la cassa fosse stata in disordine, avrebbero dovuto aprirla e comporre la salma.
Forse avrei visto mio padre in morte. Avrei visto in potere della morte lui che era stato il mio capitano fortissimo, che da ragazzino andava in estate a dare una mano sui pescherecci dell'Adriatico per pagarsi il Liceo; che da laureato aveva girato mezzo mondo per guadagnare quattro soldi; del quale non ricordavo altre parole se non Forza!, Coraggio!, e Ci penso io; lui adesso vinto, come tutti.
Ho pregato, supplicato come mai prima. Che questo calice sia allontanato da me. Che questo sia risparmiato, a me e a lui.
La mattina presto, poco dopo l'alba, prima che il cimitero aprisse al pubblico. Il freddo, la neve, presto, prima che giunga il caldo, che rende inquieti i morti. Il colpi dello scalpello sui mattoni e il colore che andava via dal mondo, tutto in bianco e nero, e finiva ogni parola, ogni supplica, solo il fiato trattenuto, il cuore che sembrava uscire dal petto.
Prima il nero e poi la cassa, lucente ancora sotto la polvere, come pochi anni prima, sigillata come quando l'avevano chiusa quel giorno, una specie di sole nel loculo.
Leggerissima, però, come se fosse vuota, la cassa di chi aveva avuto spalle larghe e forti, di chi sapeva sollevare i suoi tre figli tutti insieme in un abbraccio bellissimo. Leggerissima, avrei potuto spostarla anche da sola.
Di certo lui non era là, ma da un'altra parte, la morte
era una finzione, uno scherzo fatto alla sua bambina. E la bara ancora chiusa era l'ultimo, il più grande dono, di cui lo ringrazio ogni giorno.
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categoria:amore, morte, continuità, conforto
giovedì, 22 ottobre 2009
Hillmann scrive che la bellezza è terapeutica nei confronti di molti disturbi psicologici, compresa la depressione; e depreca la pessima abitudine odierna di tingere bianchi i soffitti. Guardiamo a lungo i soffitti, è vero; varrebbe la pena di dedicare loro più tempo. Nel succedaneo del cielo nelle nostre case, osserva Hillmann, un tempo si affrescavano temi religiosi, zodiaci, le quattro stagioni, in modo tale che chiunque osservasse il soffitto si sentisse, più o meno consciamente, inserito in un ordine cosmico. Aveva il suo posto ogni cosa, anche l'uomo.
Un ordine, uno qualsiasi, che si ponga a noi dall'alto di un soffitto forse oggi non sarebbe più possibile; forse dai lati,dalle pareti, come compagno di viaggio, come un braccio amico, non dall'alto.
Ma un raggio di luce io ancora lo dipingerei su un soffitto, piccolo, timido, una speranza forse più che una certezza, un tentacolo proteso dall'altro lato al nostro lato, ad annuncio della luce vera.

Se non c'è un ordine rappresentabile, allora intorno a me voglio vita, vita e morte insieme, così come è sempre. Sto per scrivere un'eresia colossale, chiedo scusa, ma è quel che sento.
Non amo Firenze, museo gigantesco a sè stessa, congelata nel culto di un passato che paralizza ogni presente; la contemplo, fremo davanti ai suoi segni immensi, ma non potrei resistervi. C'è troppo odore di nuova accademia.
E invece amo Palermo e Napoli, così aristocratiche nella grandiosità del loro sfascio, nello sprezzo della propria bellezza, e materne nel mantenere nei loro stupefacenti centri storici con i panni stesi, i ragazzini, i muri anneriti, le concrezioni di molte epoche -vita e morte intrecciate e una chiesa, molte chiese, troppe chiese per il numero di abitanti, a portoni sempre spalancati, che ricordino l'invisibile e l'amore.
Amo Roma che sopporta benevola il suo essere capitale; e Torino che cerca di dimenticare il suo non essere capitale; e la lunga morte di Venezia.

E mentre il nuovo si divincola per nascere, mentre poesia, graffiti e video lottano per guadagnare la struttura comune del grido o del balbettio di verità appena intraviste, vi sono frammenti di mescolanze inconcepibili prima, meravigliosi. Dagli androni barocchi gli odori del curry e del kebab, i chador e i caftani nei quartieri di Juvarra presso Porta Palazzo, ristoranti cinesi nei viali alberati stile boulevard; e tutto il mondo che non potrò vedere mi viene vicino come per farsi conoscere. Nascerà ancora qualcosa.








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categoria:poesia, arte, bellezza, nuovo, discontinuità
domenica, 11 ottobre 2009
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(per le immagini si ringrazia Wikipedia, s.v.Sophie von Kuhn e Novalis)

L'amore e la vita che sono l'addestramento alla solitudine e alla morte furono molto brevi per Sophie von Kuhn e Novalis. Sophie morì il 19 Marzo del 1797, a quindici anni, Novalis il 26 Marzo del 1801, a ventinove anni.

Elytis ha dato questa voce a Sophie prima che lei diventasse per Novalis il caro sole della notte:

"17. dall'incrinatura della tua anima più bella si mostra ora la tomba
18. sta per arrivare impetuoso l'oscuro vento delle chiome di Iside
19. tanto grande il cielo e tanto piccola la terra per due persone soltanto
.......
Da quando, dodicenne appena, vi conobbi, voi diventaste per me
selve renane fiumi vallivi carrozze cavalli, cortili coi frontoni e i fontanili

La prima pagina del post-mortem"

 O.Elytis, Elegia di Grueningen, da Le Elegie di Oxopetra, 1991


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categoria:amore, morte, continuità
domenica, 04 ottobre 2009
P1010003Viviamo un nuovo tremendo e non vogliamo vederlo. Tutta l'arte del passato non è scaduta, è solo incredibilmente antica, d'improvviso. Antica la Gioconda, la Sistina, Canova e i Fori Imperiali. Non so esprimermi meglio.
Siamo abituati a superfici perfette, a una nitidezza che prima non c'era, a una pulizia di contorni che non si era mai avuta e che fa le opere del passato appunto passate. Il nuovo c'è e fa paura. Anche nella musica. Impensabile ormai una vera musica che non sia in lingua inglese, mi faceva pensare un amico; come l'italiano per la lirica fino alla seconda metà dell'Ottocento; e mentre si aprono le porte della Scala i video sostituiscono l'opera. Tra parola e pittura i graffiti sui treni portano nel cuore delle metropoli americane il grido e il nome disperato di individualità represse, scrive Baudrillard. Saranno cancelati dai tradizionalisti.
Il nuovo. Un video, una canzone, un film, un graffito che presto sarà cancellato. Nessuna memoria da trasmettere, nessun supporto materiale duraturo. Non possiamo neppure pensarci.
Più durature le parole e la musica. Ma la semplificazione linguistica in corso forse renderà antiche anche quelle. Non è decadenza, ne sono sicura E' leggerezza, nomadismo, recisione sommessa e impaurita di legami. per un mondo nuovo. Comunicazione timida e universale, ricerca di figure nuove che siano davvero per tutti, trasmissione da uomo a uomo, senza pretese di eternità materiale, di nessun altra eternità che non sia il deposito nell'anima dell'altro che ne sarà modificato, impercettibilmente, durevolmente?
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categoria:poesia, arte, storia, discontinuità
mercoledì, 23 settembre 2009
Gubbio 2009 149Nell'Ottocento il cowboy chiedeva al capo indiano se poteva prendersi quel pezzo di terra. Il capo indiano rispondeva di sì, trovando assurda la domanda dato che la terra era madre di tutti, era di tutti. L'anno successivo, quando la tribù indiana cercava di seguire le mandrie di bisonti scopriva di non poterlo più fare a causa delle coltivazioni dei cowboy. E iniziava la guerra, tra gli indiani nomadi e i coloni sedentari. Qui si coglie un'eco del gigantesco scontro che oppose, alla fine del Paleolitico, i cacciatori agli agricoltori e che si concluse con la vittoria degli agricoltori.
Nella Genesi Jahvè ama Abele, pastore e quindi nomade, non il contadino Caino. (osservazione letta in Zolla, non so più in quale testo).
Più cari al Cielo i nomadi, più leggeri sulla terra, meno colpevoli dinanzi al creato intero. La guerra che concluse il Paleolitico dovette essere terribile ed è scritta non nei libri di storia, ma per segni incomprensibili nel nostro DNA, poichè ciò che avviene con violenza lascia una traccia indelebile di rimorso e nostalgia.
Così certe volte, nelle nostre calde case, nelle nostre vite più o meno stabili, avvertiamo un'inquietudine strana, come la voce del tuono in fondo alla strada, e lo scrosciare di un'acqua gigantesca che vogliamo assolutamente vedere -ci sentiamo chiamati dalla strada, dalla vita in viaggio che i nostri antenati hanno conosciuto. Non è colpa nostra eppure lo è; e con un'invidia che non vogliamo riconoscere in noi, guardiamo allontanarsi chi segue il tuono che chiama e fa segno, on the road.
(Naturalmente Chatwin sapeva bene tutto questo, e non ha fatto colpe a chi restava; i nomadi non tengono neanche questo rancore come possesso)
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categoria:terra, potere, discontinuità, psico-archeologia
domenica, 20 settembre 2009
Notizia sul sito di Repubblica di ieri, che oggi già più non trovo:

(Stati Uniti) Per diciotto volte il boia gli ha cercato la vena per l'iniezione letale e per diciotto volte non l'ha trovata. Alla fine il condannato aiutava il boia pur di farla finita. La vena non si è trovata e l'esecuzione è stata rimandata.
Rimandata. Nessuno può sopportare tanto. Diciotto tentativi: ha pagato. Penso a cosa avrà pensato, a come avrà battuto il suo cuore, a come ancora possa battere; penso ai secondi di vita in più che gli venivano concessi e che egli usava per aiutare il boia. Nemmeno Dostoevskij potrebbe descrivere questa abiezione tutta moderna della pena di morte per iniezione letale
Chiedo che il Presidente Obama conceda la grazia al condannato.



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categoria:morte, obama
giovedì, 17 settembre 2009
P8050045
Mai più solitario che in agosto
la pienezza dell'ora -per le terre
gli incendi del rosso e del'oro,
ma l'estasi dov'è dei tuoi giardini?

Le acque chiare, i cieli teneri,
i campi puri e rilucono leggeri.
ma dove sono i trionfi e le prove
del regno che tu rappresenti?

Dove tutto per successo si legittima
e si scambia lo sguardo e la promessa
nel profumo del vino e delle rose-
tu servi la sconfitta, servi lo spirito.

Gottfried Benn
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categoria:spirito, solitudine, poeti, conforto
sabato, 12 settembre 2009
beardsleyA: Beardesley, dalla Salomè di O.Wilde (per l'immagine si ringrazia: http://www.griseldaonline.it/percorsi/4allegro_foto26.htm)

Tutta la vita e l'opera di Wilde per arrivare a queste parole che aveva avuto sempre in sè; dopo, appena si smette di renderle vere, c'è la santità.


Da ascoltare con questo, che non riesco a linkare: http://www.youtube.com/watch?v=jyAChhWC854&translated=1
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categoria:amore, santi, artisti, pittori