venerdì, 03 luglio 2009
Avrei voluto vedere:
-ciò che vide Novalis sulla tomba di Sophie
-l'interno di Santa Sophia quando vi entrarono gli uomini di Maometto II
-chi riconosceva Holderlin chiuso nella torre dietro, o dentro, i visitatori
-quali forze celesti seppe scorgere Van Gogh in una notte stellata
-quali erano le prove dei re a Tara e a Memphis
-il viso dell'angelo che trafisse il cuore di Teresa d'Avila (sicuramente sorrideva, solo Bernini poteva capirlo...)
domenica, 28 giugno 2009
La voce, la pelle di Michael Jackson, i suoi passi di danza,i processi, non mi colpiscono quanto la sua tenuta di Neverland, l'Isola che non c'è artificiale, dove era stato ricreato tutto quel che sogna un bambino. Ma l'Isola che non c'è si spostava continuamente innanzi a lui, come si sposta davanti a tutti, e non la trovava in nessun angolo di Neverland. Trovava invece specchi incantati alla rovescia che gli rivelavano un volto nuovo, non più il suo vero, ma rughe e pesantezza; e il terrore delle malattie che segnano l'età adulta e la vecchiaia.
Da piccolo cantava con i fratelli, per diventare ricchi tutti, il sogno americano elevato a potenza, esteso a cinque ragazzini, in cordata verso la felicità che era in direzione della seconda stella a destra. Forse quell'epoca è stata la più felice della sua vita, forse rimpiangeva quando erano tutti poveri e dovevano ballare e cantare a costo della vita, quando la felicità era solo pochi dollari più in là e ancora non sapeva che tutto è niente; e questo non poteva davvero dirlo nè capirlo, per non spezzare in sè ogni speranza di Neverland e il sogno americano, contro il quale non deve andarsi, pena la solitudine più tremenda.
Un Peter Pan che ha perso la strada per la sua isola, senza cura, senza sollievo.
domenica, 14 giugno 2009
Le pagine di Calasso su Degas rendono ragione della speciale disperazione che si avverte nelle sue ballerine, nelle donne che si lavano o stirano. Fra le carte del pittore, elenchi di cocottes; gli amici che testimoniano di governanti di casa simili a giudici nei confronti dei visitatori e soprattutto delle visitatrici, governanti forse succedanee di una madre troppo potente; cameriere scelte per il riflesso speciale della luce sulla pelle. Mai la donna amata, trovata al risveglio, accompagnata a un ballo o a teatro
Lui così profondo da rendere nell'Assenzio la consustanziazione che avviene tra una persona e la materia del suo vizio, ha vissuto solo, vigilato da una governante. In un certo senso ha scelto di vedere solo alcune cose della donna, di tutto il resto ha avuto paura. E in tutta la sua opera si avverte una colossale lacuna, una ripetizione che vorrebbe essere rassicurante e invece genera angoscia.
lunedì, 01 giugno 2009
Ecco cosa accadde a Niccolò Dalla Francia, nipote chi aveva amato una donna misteriosa; a Niccolò che si sentiva privato da sempre di qualcosa.
1546
Dalla nicchia delle vecchie ramazze in cucina per Niccolò spira una serenità imprevista, guadagnata in anni miserabili, colma della vita che si genera da una giusta morte. Molti dolori e umiliazioni furono necessari per giungere a tanto, la bellezza di una moglie su cui il tempo scorreva senza lasciare traccia, e traccia non avevano lasciato le gravidanze e le cure per tre figli; e insieme il disprezzo dei nobili di Giredo, spesso poveri, ma fieri di sdegnare i piccoli traffici, gli affari meschini con i quali il signor Dalla Francia tentava di risollevare lo stato suo e che invece non bastavano neppure a restaurare il palazzetto in cui abitava -e intanto Selvaggia che usciva, agghindata come una regina, da quel portone consunto, da quella corte diroccata.
Nulla lo aveva consolato di questo, neppure la gran dote della moglie, recata nel l'anno Domini 1537per far obliare lo spreco di sé compiuto prima del matrimonio, e costituita da gioielli che non erano usati a consolidare il patrimonio, perchè ad essi il suo potentissimo signor suocero e Selvaggia tenevano più che ad ogni altra cosa e paventavano l'inettitudine di Niccolò, che mai riusciva in quel che voleva -un modo di salvare la dote non venendo meno ai patti. Questo il vero affanno, questa ricchezza vicinissima e intangibile, non il crollo del commercio, non il contegno appena decoroso di lei, nel quale affiorava troppo spesso uno sguardo appena impudente. I nuovi tempi chiedevano traffici nuovi, e Niccolò sapeva quali, ma nessuno aveva fiducia in lui; ed egli soffriva, si dibatteva fra mille angustie, odiava la bella moglie.
Novella Elena per la quale nessun lido, nessun tempio bruciava; era questo il rimpianto che velava gli occhi stellati? Che la muoveva a sorridere dolcemente al giovane mercante straniero invitato a cena in casa Dalla Francia, per compiere l'acquisto delle ultime giacenze di panni di lana?
Tutto quella sera fu annuncio, e compimento; tutto si mostrò in sommo splendore di evidenza. Selvaggia aveva acceso i cuori e l'ora fatale, aveva fugato con la sua bellezza le ombre delle sale in rovina. Preceduto da un servo recante il candeliere, il suo profilo s'era stagliato contro le finestre cinerine per la fioca luce del tramonto, il bel volto ardente contro il mondo gelido, il broccato cremisi, le onde dorate dell'acconciatura, dove lo sguardo si perdeva senza trovarne principio o fine, a ridosso di gote delicatamente compatte, tondeggianti a guisa d'un uovo, meraviglioso per bellezza e giovinezza.
La bella bocca che si dischiude per sorbire la minestra dal cucchiaio di madreperla, modellato in forma di conchiglia, mostra i denti brillanti, il misterioso mollusco della lingua rosea oltre le labbra imporporate di belletto, che avvincono e chiamano col silenzio loro il bel francese seduto a mensa.
Divampa un fuoco nuovo, nell'ombra alle spalle di Selvaggia, chiama periglioso, inquietante, di sé accendendo la Venere di bronzo sull'anta dello stipo fra le due finestre; la dea alza il braccio, non a trattenere il velo, questa apparenza che tutti vedevano era menzogna, bensì a comandare, e dall'anta alla tavola ella soffia maligna, alzando polvere e nebbia, offuscando la vista e i pensieri consueti, donando un'altra vista e pensieri nuovi, taglienti, sparpagliati.
Così è svelata la corrente amorosa fra Selvaggia e il mercante, visibile come una scia lucente; così, più brillante di questa e più dolorosa dell'abbraccio annunciato, ha una vita nuova la collana di lei, le cui perle, alternate a conchiglie d'oro, splendono come gocce di luce lunare, e vita nuova possiedono i rubini sanguigni, montati in forma di grappoli negli orecchini. Inducono un desiderio nuovo, più bruciante di quello che agita il corpo di Selvaggia, si tramutano nel denaro che il conte Montegranato cerca, non osando rivolgersi ai banchieri di Siena e Firenze per i troppi debiti, e nel palazzetto lì presso, che da sempre Niccolò desidera acquistare. Estendono la vita nuova di cui ora pulsano ai gioielli dentro i cofanetti in camera di lei, che divengono le terre delle Ferratelle e infinite altre cose, mentre l'ospite si accosta alla porta fra mille inchini e gentilezze; pesano di nuova forza, generando visioni d'una vita diversa, disgiunta dalla loro proprietaria, ricca di possibilità numerose come i loro sfavillii.
Attrazione amorosa, regina di quella notte fatale, che si divide in molti oggetti! Tutto è nuovo e facile nel buio che segue la sera purpurea, sotto la protezione e il pungolo di una Venere bizzarra. Ai bisbigli, ai passi presso l'uscio di Selvaggia, Niccolò il pavido rinviene in un solo istante il pugnale e l'ira necessaria ad afferrarlo; Venere lo assiste, mantenendolo quieto nel buio ai piedi della scala, dirigendo l'arma dritta al cuore del mercante e poi trattenendolo dall'uccidere anche Selvaggia, il cui padre mai avrebbe tollerato questa morte della figlia adorata.
La notte fatale si dischiude e offre un nascondiglio a quel delitto a metà, inutile senza l'adultera e tuttavia, Niccolò lo sente, foriero di buona sorte. Lucidità ignota, forza e precisione nei movimenti mai avuta prima, gli fanno prendere silenziosamente la vanga nel cortile piccolo, richiudere gli usci senza cigolii e con facilità scavare una buca profonda nella nicchia dentro al muro della cucina, dove si tenevano le ramazze vecchie, che non aveva pavimento, ma un battuto di terra scura, a pochi passi dal corpo del francese. Nel silenzio notturno visioni di ricchezza cingono Niccolò. Il campanile battente le ore sollecita e fortifica. Solo il volto del francese entro la fossa, Medusa orrenda dai capelli sparpagliati annulla ogni alacrità, per un istante, Tutto poi si richiude, come l'acqua che ricopre con l'onda il fondo marino; tutto torna al posto di prima, facilmente pulito, ma ormai pieno di segreti. L'ultima porzione di notte è per Niccolò colma di curiosità circa la propria sorte e i doni che avrebbe recato quell'inutile delitto, se davvero saranno ricchi e numerosi come presagisce; ore piene di paura vaga e artificiosa, che tenta di far presa e non vi riesce di fronte alla gran liberazione che s'annuncia, alla letizia sfrontata che la dea gli ispira.
Nel giorno che arriva lucente e alacre, coi servi che preparano la mensa, puliscono le sale, non v'è alcun grido, alcun silenzio sospetto: davvero la dea, che aveva guidato la sua mente e la sua mano, ancora soffia e confonde la visione altrui, di nuovo alza polvere e nebbia per confondere i nemici di Niccolò, e s'adopra per spegnere con la luce del sole la tinta fosca della sera innanzi. Soltanto uno sguardo di Selvaggia, appena più lungo e fondo del solito, inquieta il mattino, poi tutto si ricuce e già a mezzodì, per la via Grande, Niccolò apprende la scomparsa del francese, denunciata dal garzone suo, che invano lo aveva atteso alla locanda dove quello aveva lasciato i cavalli e i bagagli.
Dopo una settimana i magistrati avevano sospeso le indagini e licenziato il servo del francese, persuasi che costui fosse finito ucciso in qualche luogo fuori città, dove l'aveva condotto la sua sciagurata passione per le belle donne.
La vicenda è presto dimenticata. Gli sguatteri di casa Dalla Francia aprono e chiudono la nicchia in cucina, dalla quale nessun malo odore filtra a tradire Niccolò. Lo svolgimento dei fatti, la facilità con la quale era stata creduta la menzogna che li occultava, accrescevano in lui la certezza d'essere nel giusto, immune di ogni colpa, lontano da ogni pericolo. Uccidere il francese era stato come imbattersi in qualcosa di preesistente, eseguire un ordine o acconsentire a un disegno tracciato in tempi antichi, uno scivolare docile lungo un piano obliquo da sempre in sua attesa.
Solo Selvaggia è sempre triste, e trascorre ore intere nel vano d'una finestra, vibrando ad ogni fruscio. Con piacere Niccolò la conduce e la ferma dianzi alla finestra presso la nicchia; lì porta la mano di lei alle labbra e intanto la scruta per cercare di apprendere quel che lei intuisce, per infonderle in silenzio la consapevolezza che là dentro si distrugge il corpo dal quale ella aveva tratto l'ultimo piacere della sua vita....Selvaggia trema appena e lo lascia fare, volgendo intorno gli occhi inquieti. Sì, tutte le sofferenze sono al termine: chi ha trattenuto, chi non ha dato, adesso con la forza cederà le sue ricchezze e Selvaggia l'adultera, la falsa, la bella, avrebbe trovato la ricompensa che meritava nell'abbraccio della medesima morte che già serrava il giovane mercante. Già nel signor Dalla Francia è pronta la coppa di veleno che renderà quella morte agli occhi del mondo una morte naturale, appena il tempo l'avrà resa distante da quella del francese; già egli pregusta la salvezza e gli onori che deriveranno da smeraldi, rubini e carbonchi. E la moglie forse legge quei pensieri, giacché sbianca davanti all'uscio della nicchia e ritrae la mano tremante dalla sua...
Non era stato necessario uccidere ancora, la dea costante lo tutelava. Selvaggia s'era tolta la vita, da colpevole qual era, due mesi dopo la morte del francese. A Niccolò quella duplice morte sembrava portare una gran luce di svelamento su ogni cosa, come se solo l'istante supremo svelasse la reale natura di ciò che ci circonda e da essa potesse cogliersi l'intera esistenza di una persona. La morte sordida del francese era scaturita da una vita meschina, oscura, dedita a piccoli piaceri strappati segretamente; Selvaggia, segretamente licenziosa in vita, nella morte che s'era scelta giaceva veritiera, ai servi e al marito mostrando dai lacci allentati della scollatura il bel petto, unica parte intatta del corpo contratto e illividito dal veleno, ben più tremendo di quello che Niccolò aveva in serbo per lei.
La libertà adesso poteva trionfare. Senza clamore l'impedimento che Selvaggia era stata viene rimosso e dimenticato. In considerazione del rango e delle benemerenze dei Dalla Francia, il vescovo e il podestà di Giredo avevano concesso non un funerale, ma una benedizione della salma nella cappella del palazzo, e il seppellimento nell'orto, dove sarebbero stati possibili, senza scandalo alcuno, fiori e preghiere. Selvaggia, chiusa in una cassa d'assi non verniciate, fu sepolta nell'angolo meridionale dell'orto, presso un albero di pero.
Splendono i fiori d'oro alimentati dalla bellezza di Selvaggia, splende il palazzo duplicato, fondato sopra i gioielli della morta. Alle porte dei vicoli il fantasma di lei bussa in cerca di pace, a palazzo Dalla Francia divenuto enorme bussano i nobiluomini in cerca di prestiti; al primo si risponde con la fuga e segni di croce, ai secondi con usure all'interesse del venti. Così Niccolò placa la fame antica nata in un giorno freddo di tanti anni prima, la rabbia di una generosità incomprensibile, di una gelosia mai sopita; ma l’assenza artificiosa da cui nasce la nuova soddisfazione chiama un castigo immenso.
martedì, 19 maggio 2009

C'è un'unica cultura da Barcellona a Nicosia, un unico modo di intendersi a sguardi, un pavimento comune costruito in molti secoli e con molte navi. C'è lo stesso odore nei porti del Mediterraneo, sale e catrame e profumo di terre leggere e ben coltivate; molto diverso dall'odore dei porti atlantici, più greve, più pieno di acqua.
Braudel aveva ragione, il Mediterraneo è un sistema a parte, durauro ed indiviso sotto agli artifici politici, sotto alla frantumazione delle lingue e delle fedi. In esso ancora durano le occhiate, i gesti che erano la comunicazione dei mercanti antichi, l'abitudine allo straniero e a scrutare l'altro negli occhi per saggiarne le intenzioni, l'ospitalità sontuosa e la curiosità. La lunga durata vince le pagine dei libri di storia e mi fa sentire a casa.
domenica, 10 maggio 2009
A questo accenna Benn e io che sono pedante cerco di sistematizzare.
Elementi di una stratigrafia dell'Io, di ciò che è chiuso nell'amigadala, nel cuore del cervello, comportamenti istintivi, predilezioni immotivate, legami profondissimi, memorie trasmesse in modi sconosciuti nei cromosomi, tanto forti sono state le esperienze che le hanno generate
La fase più antica, il Paleolitico: il terrore della notte, il piacere del fuoco, la gioia di ampie pianure verdi; trovare belli gli occhi grandi, i denti regolari e arrotondati, tutto ciò che è opposto all'antagonista biologico più probabile, il felino.
Neolitico: la predilezione per ciò che è tondo, la capanna, il ventre materno, il seme della spiga.
Età dei metalli (dal rame al ferro):la sensazione di freddo e altezza davanti alla linea retta, come dritto è il pugnale, la ferita dell'arma.
E poi? Devo pensarci....
lunedì, 04 maggio 2009
Ci sono state età nelle quali arte e scienza non erano separate, nelle quali l'arte era conoscenza. John Barrow, astronomo presso l'università del Sussex, osserva che la scienza dall'inizio del Novecento si è orientata a cercare spiegazioni unitarie a fenomeni complessi e apparentemente non collegati fra loro, un unico modello capace di comprendere tutto. La risposta, se c'è, deve essere straordinariamente semplice. Collegare, unire, stabilire connessioni, apprezzare i legami fra fenomeni.
L'arte, secondo Barrow, è invece rimasta espressione individuale, manifestazione di diseguaglianze, rivolte e gusti personali, idiosincrasie, orgogliosa affermazione di un irripetibile sè. L'arte deve mettersi al passo, deve riagganciarsi a un sistema del sapere dal quale è rimasta fuori per secoli.
In effetti dopo Van Gogh è così quasi sempre, come se l'espressione di sè non possa alloggiarsi in un orizzonte più ampio, e rendergli omaggio. L'arte, sdegnosa, separata, non crede a bellezze che non siano individuali, scava nel profondo, nell'inconscio, sotto a stelle inchiodate da leggi matematiche che non le diminuiscono, sotto a un cielo pieno di presenze che non coglie.
giovedì, 30 aprile 2009

I siciliani sembrano odiare la natura. Quando si va all'interno dell'isola, davanti alle colline gialle e bruciate dal sole, c'è sempre qualcuno che ricorda i disboscamenti effettuati dai romani prima, e dagli spagnoli poi, per l'allestimento delle loro flotte; nessuno mai osserva come vi sarebbe stato tutto il tempo per ripiantare gli alberi.
Nelle strade e nelle piazze delle città si evita accuratamente di piantare alberi, cosicchè sono impalcabili di sole, quasi impraticabili d'estate per i pedoni, se non dopo le sei del pomeriggio. Alle poche palme dalla minuscola ombra, piantate nei lungomari, il punteruolo sta dando il colpo di grazia. Forse soffrire il caldo è considerata una forma di coraggio, o l'aumento voluto della temperatura è ricercato come argomento di conversazione.
Però si prova ovunque molta tenerezza per i bambini, che crescono come leoncini, e gli sguardi tra le persone sono come colpi da un viso all'altro, così diversi dagli sguardi discreti o timidi del Nord Italia, del grande Nord. E' l'interesse mai spento per l'altro che nasce in età micenea, o ai tempi della colonizzazione greca, quando l'estraneo veniva dal mare solo per portare il nuovo, o nuove città con nuove storie di eroi. Oggi nei centri storici la sera c'è odore di spezie lontane, di cibi profumati da tutte le parti del mondo, gli stessi profumi che ho sentito in Egitto, o a Tunisi., sopra il profumo del mare. Davanzale d'Africa, che offre delle bellissime notti.
venerdì, 24 aprile 2009
Nei pressi di Mineo, in Sicilia, i Palici, gli dei gemelli vindici degli spergiuri, erano venerati dai Siculi a Palikè, reificati nei due laghetti vulcanici che oggi sono coperti da un'industria.
Gli storici greci riferiscono di ordalie tremende sulle sponde dei laghi, dell'accusato esposto alle emanazioni di anidride carbonica e poi ucciso se avesse riportato ustioni, segno certo di parole false; quindi dell'esposizione ai vapori di tavolette d'argilla in luogo di esseri umani, differimento per essi solo momentaneo di una morte certa se la superficie della tavoletta avesse riportato crepe o danni. Se il condannato alzava lo sguardo vedeva la rocca altissima scavata da una caverna paurosa, dalla quale qualunque creatura avrebbe potuto uscire.
Qui Ducezio radunò i Siculi fece tremare le poleis greche della costa; e qui confluirono in cerca di auspici e consacrazione gli schiavi ribelli che obbligarono Roma a inviare tre eserciti nell'isola.
Una vampata, e l'ordalia e la rivolta; un fiato dalla terra bollente e quindi tutto ritorna come prima, all'assetto, ai poteri soliti; ma la gente si abitua alla vampata, che diventa una modalità del rapporto col potere e con la menzogna. I Vespri Siciliani, e tante altre rivolte; le corone dei re galleggiano su un popolo indifferente al potere, su una nobiltà che ha troppo sole e terra troppo fertile che dà frutti enormi, galleggiano e trascorrono. Non c'è memoria di re in Sicilia, non c'è culto di alcun passato, nè vittoria nella quale identificarsi, nè sacrificio intorno al quale costruire la propria identità . Restano appena i nomi delle famiglie reali, nessuna individualità di sovrano, neppure il Federico II così amato dai professori universitari; paglia sufficiente appena per un'altra vampata.
Nell'isola dove i Normanni localizzarono Avalon e la dimora di Artù, durano immutate le sante, Agata, Lucia, Rosalia, e i conti palatini, Rinaldo, Orlando a Ronsisvalle, Angelica la bella. La vampata di anidride si è mutata in oblio.
domenica, 19 aprile 2009
http://www.youtube.com/watch?v=iYieo7LQdX4
Perdonate la sommaria ricostruzione che segue, frettolosa e frutto di letture molto disordinate e dall'aver trovato su Youtube un'antica canzone credo napoletana, che da molto tempo non sentivo e della quale allego l'indirizzo.
Spesso penso non all'Italia, ma al come e al quando si sia arrivati a questa idea odierna di Italia, dalle Alpi a Capo Passero.
I Greci, che hanno elaborato il concetto geografico di Magna Grecia, da questa distinguevano la Sikelia e la Tyrrenia; al di là della Tyrrenia, una nebbia indistinta, che non li ha interessati, nonostante la fecondità del suolo.
Per i Romani la Pianura Padana rimase Gallia Cisalpina fino a Diocleziano, che per primo la rinominò e la incorporò all'Italia, anche a livello amministrativo. Poi le invasioni barbariche cancellarono quest'ordinamento e il frazionamento così operato durò in vari modi fino al 1861. In mezzo, dapprima i poeti, Dante e Petrarca -ma qual era la loro idea d'Italia? Comprendeva anche l'attuale Italia meridionale e settentrionale, o era frutto di una nostalgia generica che si coagulava intorno a Roma e sfumava a nord e a sud senza confini precisi? Braccio da Montone conobbe il Regno di Napoli e credo che avesse delle mire su esso; che cosa era l'Italia per lui e poi per Muratori?
Qualcuno di voi ha un'idea a riguardo?